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Il quiet burnout oltre l’etichetta

Il “Quiet Burnout” non è solo un’etichetta: è la geografia emotiva del lavoro che cambia.

Ultimamente la conversazione globale sul disimpegno silenzioso ha spostato l’asse: da fenomeni noti come quiet quitting — dove le persone riducono deliberatamente l’impegno lavorativo — a quadri più sottili, insidiosi e psicologicamente profondi come il quiet cracking. Non si tratta di performance visibilmente in calo, né di dimissioni rumorose; è piuttosto un’erosione interna della motivazione, che consuma risorse psichiche mentre l’apparenza resta di normale operatività.

Cosa sta emergendo nei luoghi di lavoro?

  • Un fenomeno ibrido: le persone restano, ma svalutano il senso di appartenenza, la fiducia nel futuro e persino la qualità della relazione con l’organizzazione.

  • Disimpegno silenzioso ≠ quiet quitting: qui non c’è scelta consapevole di fare il minimo. È fatica emotiva prolungata mascherata da “normale presenza”.

  • Numeri che parlano chiaro: oltre la metà della forza lavoro potrebbe sperimentare questo stato in forma occasionale o frequente, con costi economici e culturali enormi.

Perché succede?
In un mercato del lavoro più stabile ma meno dinamico (Great Stay), molti talenti non se ne vanno… si spengono dentro. Manca riconoscimento, senso di progresso, spazi di apprendimento reale e conversazioni profonde sul ruolo del lavoro nella vita delle persone.

Ad una lettura più umana (e più utile) ciò che chiamiamo quiet burnout è la manifestazione di un patto spezzato tra persona e organizzazione. Non è colpa di chi soffre, ma è segno che qualcosa nel sistema sta perdendo energia vitale. È lo stesso segnale che vediamo nelle dinamiche di burnout: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e perdita di senso.

Che fare, allora?
Le soluzioni non sono tecniche di engagement superficiali, ma politiche organizzative che ripristinino la capacità di ascolto, senso di scopo e percorsi di sviluppo personale e professionale reali. Non è “motivare di più”: è ricostruire spazi di partecipazione, fiducia e pratica riflessiva.
Per il lavoratore, di fronte al rendersi conto del problema, meglio agire prima di sperimentare il vero e proprio burnout.

In sintesi:
Il “quiet burnout” e il suo fratello concettuale quiet cracking sono un invito — forse un allarme — a ripensare il rapporto tra performance, significato e benessere. Per le organizzazioni moderne, ignorare questo rumore di fondo significherà fare business in una sala d’attesa di crisi psicologica collettiva. Per le persone, significa erodersi dall’interno.

Prevenire è meglio che curare.

*L’immagine in evidenza è una rielaborazione del “Ritratto del dottor Gachet”, versione del 1890, che Van Gogh dipinse (dopo l’altra versione più famosa) per il dott. Gachet stesso.

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