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Burnout e rischio di confusione mediatica

Inclusione del burnout come diagnosi medica nell’ICD-11: i media hanno sbagliato.

Molte persone hanno letto la notizia secondo cui il Burnout è diventato una diagnosi medica secondo ICD-11, la classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (https://icd.who.int/en/).

Ma questo genera immediatamente un equivoco che va chiarito. Lo stesso portavoce dell’agenzia per la salute, Christian Lindmeier, ha precisato che è falso. Il burnout infatti è stato rubricato tra i “Fattori che influenzano lo stato di salute o il contatto con i servizi sanitari“.

Pertanto va visto non tanto come una condizione medica, ma come un fenomeno professionale, una condizione di disagio, che può avere anche gravi conseguenze, a chiara e univoca eziologia (cioè causa) esterna. Quindi è una psicopatologia del lavoro che influenza il lavoratore.

ICD-11 afferma che il burnout è: “una sindrome concettualizzata come risultato di stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo”.

In realtà, e anche su questo bisogna chiarire, la sindrome di burnout è solo parente, nemmeno troppo stretta, del fenomeno dello stress lavoro-correlato. Essa si contraddistingue per una serie di sintomi eterogenei (“torrente sintomatologico” secondo Matthias Burisch) che vanno dall’eccesso di zelo, al distacco, alla delusione fino alle fasi di somatizzazione (https://www.arbeit-recht-soziales.at/das-burnout-syndrom1).

Da un punto di vista clinico i sintomi possono essere facilmente oggetto di confusione, per esempio la fase depressiva del burnout può essere scambiata per depressione vera e propria.

Il burnout concerne il contesto occupazionale e richiede soluzioni primariamente organizzative. La patologizzazione del problema scaricherebbe il problema sulle persone, che in questo modo rischiano di essere indebitamente clinicizzate.

L’altro limite di questa novità nell’ICD.11 è che riferisce alla definizione classica di Christina Maslach, che in realtà ha fatto un po’ il suo tempo.

Insomma bisogna andare piano nel valutare questa notizia, che in sé non sembra facilitare una vera presa di coscienza e di carico del problema. La codifica ICD-11 probabilmente fornirà dati e informazioni, e forse questo è l’aspetto più interessante di questa novità.

Personalmente sto lavorando al monitoraggio del rischio Burnout, con uno strumento completamente innovativo, che sto testando, dal nome B.R.A. (Burnout Risk Assessment). I primi risultati sono molto utili e indicativi, e ben accetti all’ATS che li recepisce.

Infine mi venga concessa una battuta.

Qualcuno mi ha fatto notare che il nome da me scelto per il test BRA in inglese vuol dire “reggiseno”. E va bene, vorrà dire che se buttiamo lì l’occhio, per una volta, sarà per un motivo molto serio.

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