La vita dopo un incidente stradale. L’esperienza di Frida Kahlo.

Tratto dai Quaderni della Sicurezza Aifos 2020 (1/2020)

Autore: Andrea Cirincione

Quale esordio per la rubrica del FormArtista, ho legato il tema di questo Quaderno AiFOS alla figura e all’opera di una celebre pittrice messicana, che ha lasciato un segno decisivo di sé nella storia dell’arte per il suo talento ma anche per le conseguenze di un incidente stradale.

Il quadro prescelto è del 1944, e si intitola “Colonna rotta”.

Frida Kahlo nasce in Messico nel 1907, e già il destino le riserva una patologia faticosa anche solo da accettare, la “spina bifida”, seppure a quel tempo non ricevette nemmeno una diagnosi corretta (si pensava fosse poliomielite). Personalità spiccata, creativa e anticonvenzionale, incontra l’evento decisivo della sua vita il 17 settembre 1925 all’età di 18 anni. Era a bordo di un autobus quando lo scontro con un tram ebbe conseguenze drammatiche per la ragazza, che riportò una serie di gravi lesioni. Da lì iniziò un percorso di vita doloroso ma intenso, fino alla morte nel 1954.

Frida diventò artista in seguito all’immobilità nel letto, dal momento in cui i genitori le regalarono tele, colori e uno specchio, in modo che la ragazza potesse coltivare una passione, quella per l’arte. Molti dei quadri che ha prodotto sono infatti autoritratti, frutto non certo di autocompiacimento bensì dell’unica forma di realtà che potesse ritrarre: sé stessa.

La “Colonna rotta” è un’opera della fase matura di produzione della pittrice, frutto di un periodo in cui i dolori la costringevano a letto. L’opera rappresenta il corpo di Frida aperto sul davanti e “tenuto” da un corsetto bianco. All’interno una colonna vertebrale, metaforicamente rappresentata come una colonna marmorea ionica rotta in più punti.

Il proprio corpo rappresentato da Frida è flagellato da chiodi, segno di un dolore interno ed esterno, che rimanda alla classica rappresentazione, molto tipica nell’arte pittorica, del martirio di San Sebastiano. Come in altre opere (ad es. l’Autoritratto con collana di spine e colibrì del 1940) l’artista si richiama a modelli dell’arte religiosa classica, ma in questo caso non rimanda ad un dolore conseguenza della Fede bensì all’identificazione col dolore stesso del martire. Non è un caso che la figura sia avvolta in vita da un drappo bianco, segno di innocenza, alla stregua dei sudari bianchi e intonsi che si ritrovano in molte opere dedicate al martirio di Gesù o dei vari Santi venerati.

Frida non era credente ma è cresciuta immersa nella cultura cattolica messicana, pertanto usava riferimenti simbolici per rendersi leggibile nel comunicare la propria situazione di sofferenza. Lei amava comunicare con le persone nonostante la sua frequente immobilità, e le sue lettere mettono in pieno risalto il legame tra la propria esperienza e le opere dipinte.

Delicato e lacerante, e non evidente ad una lettura superficiale del quadro, lo sfondo descrive un paesaggio aspro e pieno di spaccature, come il suo corpo. Frida ci rammenta che la condizione umana influenza il modo di vedere la realtà circostante, come un filtro che trasfigura la percezione di ciò che i sensi raccolgono. E molte lacrime lambiscono il volto, espresse in quel biancore che richiama sempre la propria innocenza rispetto agli accadimenti della sua vita. La terra è una landa di colore verde, desolata ma con un senso di forza e perseveranza che circonda il corpo raffigurato fino al capo. Il cielo blu, dal collo in su rispetto alla figura, rievoca quel moto spirituale di Frida, la cui vita è stata un continuo di quiete forzata e dinamismo irrefrenabile.

Dei molti chiodi che affastellano la figura, un chiodo più grosso è nei pressi del cuore. Frida ha spesso sofferto per i comportamenti di suo marito (il noto pittore Diego Rivera), del quale asseriva che fosse stato il “secondo grave incidente” della sua vita, a causa del fatto che era un irrisolvibile donnaiolo. Eppure, Rivera l’amò veramente e credette in lei come artista. Nel tempo infatti Frida maturò notevolmente, fino a dipingere con raffinatezza persino gli elementi più crudi del vivere nella sua condizione.

L’uso dell’opera in un corso di formazione in tema di sicurezza richiede innanzitutto le tre fasi che descrivo nel corso AiFOS sull’Uso dell’immagine nella formazione: riscaldamento / applicazione / consolidamento. Pertanto, l’immagine va fatta osservare dai partecipanti lasciando libertà di commento (e di giudizio); poi il formatore deve spiegare quale attinenza ha l’immagine col tema trattato, sempre che questo non sia già emerso nella prima fase; infine l’immagine ha funzione mnemonica, perché i concetti collegati si ricordano meglio se abbinati ad un’emozione visiva.

Il quadro che ho illustrato può essere utilizzato in duplice veste:

1. Le conseguenze del danno da incidente stradale

2. La resilienza di fronte alla gravità dell’infortunio

Ma il formatore esperto può esplorare con la propria sensibilità i molti elementi che dettagliano l’opera. Ad esempio, si può fare una riformulazione sul valore di usare un DPI preventivo, alla luce della crudezza degli esiti d’infortunio a cui riporta l’ausilio contenitivo (il corsetto bianco).

Ritengo che la forza dell’arte sia la potenzialità evocativa, che conduce a portare il proprio contributo personale da parte del docente e del discente, fornendo occasione di dibattito d’aula ai fini di una sensibilizzazione sul tema del valore della sicurezza e salute.

“Non basta aprire gli occhi e guardare, bisogna saper vedere”.

CONDIVIDI

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on pinterest
Share on print
Share on email